Emirati: un addio che sa di libertà
Non un pesce d'aprile ma direttamente un intero acquario. Il mese che si è appena concluso è stato per certi versi sorprendente: mentre i rischi di un rallentamento macro si rafforzano di giorno in giorno con la chiusura dello Stretto di Hormuz, gli indici di Borsa viaggiano sui massimi di sempre tanto in America quanto in Europa.
Emblematico il caso del Nasdaq-100 Index®, arrivato ai record storici con una performance mensile che non si vedeva dall'aprile 2020. Allora furono le Banche centrali e le loro politiche monetarie accomodanti a favorire il recupero dei mercati. Ora tutto è diverso. Perché oltre al rischio di rallentamento economico, in gioco vi sono le prospettive del costo della vita. Il petrolio si mantiene sui massimi di periodo, ben sopra la soglia dei 100 dollari e con esso ogni giorno aumentano le pressioni inflattive. Le rilevazioni uscite nei giorni scorsi hanno certificato questo trend. Per ora Fed e BCE hanno comprato tempo e non modificato la leva dei tassi, adesso è da capire come potrà adattarsi la propensione al rischio del mercato. Il rischio stagflazione esiste e potrebbe andare a colpire dapprima il settore obbligazionario, così come fotografato nei giorni scorsi da importanti economisti. E quando il mercato dei bond va in stallo, il nervosismo scuote anche i listini azionari.
Appuntamenti Macro
| Lunedì 04/05 | La settimana inizia con i PMI manifatturieri della Zona Euro in versione definitiva e con l'indice di fiducia Sentix. Dagli USA sono in arrivo gli ordini alle fabbriche. Bank Holiday in Cina, Giappone e Regno Unito. |
| Martedì 05/05 | Oggi si riunisce il board della Reserve Bank of Australia ed è in calendario una riunione dell'Ecofin. L'agenda statunitense prevede i dati su bilancia commerciale, PMI servizi, offerte di lavoro JOLTS e vendite nuove case. Bank Holiday in Cina e Giappone. |
| Mercoledì 06/05 | In agenda i PMI servizi in versione finale di Zona Euro e Gran Bretagna mentre Eurostat diffonde l'aggiornamento sui prezzi alla produzione. Per quanto riguarda il nostro Paese, focus sulle vendite al dettaglio. Bank Holiday in Giappone. |
| Giovedì 07/05 | Prima dell'avvio delle contrattazioni focus sugli ordini alle fabbriche tedesche mentre nel corso della mattina sarà la volta delle vendite al dettaglio di Eurolandia. |
| Venerdì 08/05 | Le autorità cinesi e tedesche diffondono i dati sulle rispettive bilance commerciali. Dalla prima economia europea è in arrivo anche il dato sulla produzione industriale mentre Oltreoceano sono in agenda i numeri sull'andamento del mercato del lavoro ed il dato preliminare sulla fiducia dei consumatori a maggio. |
La Fed alla finestra
La pazienza è una scelta, non un'assenza di visione. È questo il messaggio che emerge dalla riunione di aprile del Federal Open Market Committee, la più contrastata dal 1992, e dall'ultima conferenza stampa di Jerome Powell da presidente della Federal Reserve. I tassi restano fermi nell'intervallo 3,5–3,75 per cento, ma il contesto in cui questa decisione è maturata è tutto tranne che tranquillo. Sul fronte macroeconomico, l'inflazione ha ripreso a preoccupare: l'indice headline è salito al 3,3 per cento a marzo, trascinato dai prezzi dell'energia in seguito all'escalation del conflitto con l'Iran. « Il rischio non è di fare troppo poco, ma di muoversi troppo presto », ha fatto sapere Powell. Tre governatori si sono opposti all'inserimento di un orientamento accomodante nel comunicato, facendo balzare dall'8 al 44 per cento la probabilità implicita di un aumento dei tassi entro aprile 2027, mentre Stephen Miran - in quota Trump - ha votato per un taglio immediato. Una frattura che Warsh, probabile successore di Powell, dovrà gestire da subito, cercando coesione in un board attraversato da tensioni sia tecniche che politiche. Sul fronte geopolitico, il chairman ha difeso con fermezza l'indipendenza della Fed, denunciando come « senza precedenti » i tentativi dell'amministrazione Trump di condizionare le nomine interne. Dal meeting è emerso che non è questo il momento delle scommesse direzionali. La Fed è disposta ad aspettare, tollerando progressi più lenti verso il target, finché l'inflazione - interna e globale - non sarà saldamente sotto controllo. La pazienza, ancora una volta, è la bussola.
Emirati: un addio che sa di libertà
Da qualche giorno gli Emirati Arabi Uniti non fanno più parte dell'OPEC e dell'OPEC+. Una notizia capace di stravolgere le prospettive dei due cartelli, arrivando in potenza a metterli in un angolo. Quanto annunciato la scorsa settimana da parte degli Emirati è qualcosa di storico: seppur non membro fondatore dell'OPEC, il Paese faceva parte del cartello dal 1967. Soprattutto rappresentava il terzo produttore, con una quota di circa il 12-15 per cento dell'output alle spalle di Arabia Saudita e Iraq. Un target raggiunto utilizzando tuttavia solo una parte del suo potenziale estrattivo: nel 2025 gli Emirati hanno prodotto mediamente 3,36 milioni di barili al giorno, secondo i piani degli emiri tale soglia si alzerà a 5 milioni di barili entro il 2027. Uscendo dal cartello, gli Emirati non saranno più vincolati agli eventuali tagli alla produzione decisi dall'OPEC e potranno liberamente immettere sul mercato tra i 700'000 e i 900'000 barili aggiuntivi al giorno. L'uscita dall'OPEC nel breve termine non sembra destinata a ripercuotersi in modo significativo sui prezzi del greggio, guidati principalmente dall'evoluzione del blocco dello Stretto di Hormuz. Nel medio termine invece rappresenta una decisione capace di indirizzare al ribasso i prezzi del petrolio. Una decisione che peraltro appare rafforzare ulteriormente il rapporto con gli Stati Uniti e il Presidente Trump, cui un prezzo del greggio più basso farebbe comodo anche in vista della seconda parte del suo mandato. Vi è poi l'economia, quella concreta. La guerra in Iran ha bloccato l'export degli Emirati e la fuga di molti facoltosi residenti di Abu Dhabi sta incidendo sulle scorte di dollari del Paese. Secondo alcune indiscrezioni, il segretario al Tesoro USA, Scott Bessent, avrebbe aperto alla possibilità di ottenere dalla Fed una 'swap line' in dollari per passare questa fase di difficoltà. Prospettive reddituali più solide date da un maggior volume di vendita di greggio potrebbero essere un ottimo collaterale per ottenere più facilmente la linea di credito.