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I timori di inflazione spengono l'entusiamo degli investitori?

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16 mar 2026 | 4 Minuti di lettura
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È la guerra a dominare il sentiment del mercato. La scorsa ottava ha visto come unico barometro del rischio il petrolio, con i suoi balzi in avanti che si sono immediatamente tradotti in crolli dei mercati. Per la prima volta da metà giugno 2022 le quotazioni del WTI si sono portate sopra la soglia dei 100 dollari, arrivando a raddoppiare i valori di fine 2025. Il chiaro clima di risk off ha così impattato negativamente sui mercati azionari, con la volatilità che è tornata a farla da padrone. Il VIX a inizio della scorsa settimana ha superato quei 30 punti che erano stati visti l'ultima volta in occasione dell'annuncio dei dazi da parte di Trump nell'aprile 2025.

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Il petrolio prezza il rischio

Tabella Weekly 16 marzo 2026

È la guerra a dominare il sentiment del mercato. La scorsa ottava ha visto come unico barometro del rischio il petrolio, con i suoi balzi in avanti che si sono immediatamente tradotti in crolli dei mercati. Per la prima volta da metà giugno 2022 le quotazioni del WTI si sono portate sopra la soglia dei 100 dollari, arrivando a raddoppiare i valori di fine 2025. Il chiaro clima di risk off ha così impattato negativamente sui mercati azionari, con la volatilità che è tornata a farla da padrone. Il VIX a inizio della scorsa settimana ha superato quei 30 punti che erano stati visti l'ultima volta in occasione dell'annuncio dei dazi da parte di Trump nell'aprile 2025. A conferma di un clima generale di avversione al rischio si inserisce l'andamento del dollaro USA, che prosegue la sua fase di rafforzamento. Un elemento di ulteriore preoccupazione per le Banche Centrali degli altri Paesi: la crescita dei prezzi energetici, tipicamente espressi in dollari, e l'apprezzamento del biglietto verde rischiano di produrre una doppia spinta inflattiva, una diretta e l'altra indiretta. Per ora i banchieri centrali hanno provato a gettare acqua sul fuoco, nella speranza che le tensioni vengano risolte velocemente. Questa settimana servirà tuttavia al mercato per capire meglio il pensiero di FED e BCE, le due osservate speciali di questo momento.

Appuntamenti Macro

Lunedì 16/03 La settimana inizia all'insegna del Dragone: sono in agenda i dati su investimenti, produzione industriale, vendite al dettaglio e prezzi delle abitazioni. Fronte statunitense, la giornata prevede l'indice manifatturiero di New York ed il dato sulla produzione industriale (anche questa settimana i dati macro USA saranno pubblicati con un'ora di anticipo). 
Martedì 17/03 È il giorno del meeting della Reserve Bank of Australia. In Europa focus sull'indice tedesco ZEW mentre dagli USA è in arrivo il dato sui compromessi immobiliari.
Mercoledì 18/03 Eurostat pubblica i numeri definitivi sul tasso di inflazione di Eurolandia mentre il Bureau of Labor Statistics statunitense diffonde l'indice dei prezzi alla produzione. Si riunisce il board della Bank of Canada e quello della Federal Reserve.
Giovedì 19/03 Giornata all'insegna delle Banche centrali: attenzione alle indicazioni che emergeranno dalle riunioni della Bank of Japan, della Swiss National Bank, della Bank of England e della BCE. Dagli USA giungeranno gli aggiornamenti sull'andamento del manifatturiero di Philadelphia, sulle vendite di nuove case e quello sulle nuove richieste di sussidio di disoccupazione.
Venerdì 20/03 Eurostat diffonde l'aggiornamento sulla bilancia delle partite correnti mentre l'Istat quello sulla bilancia commerciale.

Il greggio riscrive l’agenda dei tassi

Questa settimana Fed e BCE si troveranno a decidere sui tassi. Se fino a poche settimane fa il contesto, nonostante tutto, appariva relativamente lineare, oggi non lo è più. Il petrolio è tornato protagonista, e con esso le incertezze che accompagnano ogni fase di tensione geopolitica. Il greggio ha registrato un rialzo significativo nonostante il rilascio record di scorte da parte dell'Agenzia Internazionale dell'Energia, un segnale che i mercati stanno prezzando rischi che vanno oltre i fondamentali di domanda e offerta. È il fattore geopolitico a dettare il ritmo, e le Banche centrali non possono ignorarlo. L'Europa resta strutturalmente esposta ai rincari energetici. Ogni fiammata del barile si traduce in pressioni inflazionistiche che complicano il lavoro di Francoforte, costretta a bilanciare il sostegno alla crescita con la vigilanza sui prezzi. Gli Stati Uniti, sostanzialmente autosufficienti sul fronte energetico, affrontano una sfida diversa. Il mercato del lavoro mostra segni di rallentamento, e la Fed deve onorare il suo doppio mandato: stabilità dei prezzi e massima occupazione. Un equilibrio che diventa più delicato quando l'inflazione importata rischia di frenare ulteriormente la domanda interna. Sarà ancora una volta il petrolio a orientare le aspettative. Se le tensioni dovessero rientrare, i banchieri centrali avranno margine di manovra. In caso contrario, la settimana che si apre potrebbe segnare un punto di svolta per la politica monetaria su entrambe le sponde dell'Atlantico.

L’inflazione costa cara

Le ultime due settimane hanno visto una vertiginosa e rapida crescita delle quotazioni dei combustibili fossili. Un incremento che si è subito riversato a valle sui consumatori e intimorito gli investitori. Il set up con cui ci si era approcciati al 2026 è infatti stato completamente stravolto, con le politiche monetarie attese accomodanti, in particolar modo in America, che ora sono messe in discussione. Questa settimana sarà molto importante in tal senso e permetterà di vedere la rotta delineata da FED, BCE, BoE, SNB e BoJ. I mercati hanno iniziato a prezzare uno scenario meno accomodante e lo hanno fatto partendo in primis dal mercato obbligazionario per poi proseguire, come sempre accade in una visione intermarket, verso le altre asset class, azioni in particolar modo. Prospettive di una nuova stretta del costo del denaro per attenuare i picchi inflattivi hanno favorito le vendite sui titoli di Stato. Questo ha portato a un premio al rischio più elevato e soprattutto a ricalibrare le prospettive aziendali: le vendite hanno interessato tanto i titoli tecnologici più esposti alla leva dei tassi quanto il mondo corporate più legato ai consumi discrezionali o a quello produttivo. E se il comparto dell'AI già prima del conflitto stava vivendo una fase di re-pricing del rischio, ora sono tutti i settori a essere attenzionati, con il focus rivolto in primis alla marginalità. La capacità di assorbire l'aumento dei costi energetici diventerà determinante, ma rischia di non essere il solo fattore da monitorare. Come evidenziato anche dal FMI, il prolungarsi della guerra USA-Iran potrebbe impattare sulla crescita globale. Secondo alcune importanti banche d'affari, il rischio è addirittura di assistere a una spirale recessiva, con la stagflazione come nemico supremo sullo sfondo. Timori prezzati dagli operatori: dal 27/02, la capitalizzazione dei listini azionari globali ha perso oltre 8.000 miliardi di dollari. L'inflazione non piace e costa cara.

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