Mercati, tra speranze e realtà
La scorsa settimana ha lasciato i mercati sospesi tra speranze e realtà. La realtà è quella dell’inflazione, tornata a mordere soprattutto in Europa: a settembre quella dell’Eurozona è salita al 3,8%, oltre le attese, mentre il Brent ha nuovamente superato i 100 dollari al barile. Un mix che ha alimentato il sell-off sui governativi: il Treasury decennale è arrivato al 5,34%, massimo dal 2002, mentre anche in Europa i rendimenti hanno toccato livelli che non si vedevano da anni. A complicare il quadro c’è il dollaro. L’euro ha perso oltre l’1% nella settimana, scivolando in area 1,12: un segnale di avversione al rischio ma anche un problema per l’Europa, che compra in dollari gran parte delle materie prime e rischia così di importare altra inflazione.
La speranza è arrivata venerdì dagli Stati Uniti. A settembre i Non Farm Payrolls sono cresciuti di appena 29 mila unità, contro le 90 mila attese, mentre la disoccupazione è salita al 4,2%. Il mercato ha subito ridimensionato le attese di una Fed ancora più aggressiva: secondo il FedWatch Tool del CME la probabilità di un rialzo a ottobre è scesa intorno al 15% dal 69% di una settimana prima. Un piccolo appiglio per l’azionario. Ma con energia cara, inflazione europea in accelerazione e rendimenti ancora elevati, la realtà continua per ora a pesare più delle speranze.
Appuntamenti Macro
| Lunedì 05/10 | La settimana inizia con i dati definitivi sul sentiment dei direttori del settore servizi di Zona Euro, Gran Bretagna e Stati Uniti. Per quanto riguarda i Paesi di Eurolandia, focus anche sull’indice Sentix e su quello che misura l’andamento dei prezzi alla produzione. |
| Martedì 06/10 | Prima dell’avvio degli scambi in Europa attenzione al dato sugli ordini alle fabbriche tedesche mentre alle 11 sarà la volta delle vendite al dettaglio della Zona Euro. Nel pomeriggio riflettori puntati sulla bilancia commerciale statunitense e sull’indice di fiducia dei consumatori calcolato da RealClearMarkets. |
| Mercoledì 07/10 | Alle 8 attenzione alla produzione industriale tedesca mentre in serata la Federal Reserve pubblicherà i verbali dell’ultima riunione. |
| Giovedì 08/10 | È in agenda il meeting dell’Eurogruppo e la BCE diffonde le minute dell’ultima riunione. Dal fronte statunitense sono in arrivo gli aggiornamenti sulle nuove richieste di sussidio di disoccupazione. |
| Venerdì 09/10 | L’Istat pubblica l’aggiornamento sulla produzione industriale nel mese di agosto mentre dagli USA è in arrivo il dato preliminare sul sentiment dei consumatori misurato dall’Università del Michigan. |
La Fed prende tempo
Il PCE di agosto ha restituito un quadro meno teso delle attese, offrendo un primo segnale di sollievo dopo settimane dominate dal rialzo dei rendimenti obbligazionari. L’indice dei prezzi è salito dello 0,3% sul mese e del 3,4% su base annua, contro il 3,7% previsto. Ancora più significativo il dato core, fermo al 3% annuo e allo 0,2% mensile. Numeri che riducono l’urgenza di un nuovo rialzo dei tassi già a ottobre, senza però chiudere la partita sul costo del denaro. L’inflazione resta infatti distante dall’obiettivo del 2% e convive con un’economia che continua a mostrare una domanda sostenuta. Ad agosto i consumi personali sono cresciuti dello 0,9%, mentre il reddito è avanzato soltanto dello 0,2%, un divario che segnala una propensione alla spesa ancora elevata. A complicare il quadro c’è inoltre l’energia: il rincaro dei carburanti potrebbe riportare pressione sui dati di settembre e rendere meno lineare il processo di disinflazione. Il prossimo passaggio arriverà mercoledì 7 ottobre, con la pubblicazione delle minute della riunione FOMC del 15-16 settembre, quella in cui la Fed ha alzato i Fed Funds di 25 punti base al 3,75%-4%. Il documento potrebbe mostrare un Comitato ancora orientato alla cautela sull’inflazione e chiarire quanto peso avranno i prossimi dati nella scelta tra ottobre e dicembre. Il PCE concede quindi alla Fed il lusso di aspettare e di osservare l’evoluzione del quadro macroeconomico. Ma aspettare non significa rilassarsi: crescita, consumi e petrolio continuano a lasciare aperta la porta a un altro rialzo entro fine anno.
Banche, la tassa è il tasso
Negli ultimi anni il rialzo dei tassi è stato benzina per le banche europee: margini d’interesse più alti, utili record e dividendi generosi. Ora lo stesso meccanismo rischia di mostrare il rovescio della medaglia. L’inflazione dell’Eurozona è salita a settembre al 3,8%, oltre il 3,6% atteso, e il mercato assegna l’80% di probabilità a un nuovo rialzo BCE a dicembre. Goldman Sachs, Barclays e Citi vedono dicembre come prossimo possibile step, e quest’ultima ipotizza un’ulteriore stretta nel marzo 2027. Il comparto bancario europeo si avvia alla settimana peggiore da aprile, in cui gli investitori valutano il macro-sistema legato alla salita dei tassi. Il primo nodo è nei bilanci. Secondo l’EBA, a fine 2025 le banche UE avevano 4.180 miliardi di esposizioni sovrane (+14,6%), con oltre un terzo contabilizzato a fair value. Se i rendimenti salgono, il valore dei bond scende: un tema sensibile per il mercato italiano, dove il legame tra banche e debito pubblico resta sotto osservazione. A questo si aggiunge la concorrenza dei governativi. Con il BTP decennale al 4,7%, l’investitore ottiene rendimenti interessanti senza la volatilità dell’equity. Il dividend yield bancario resta elevato, ma deve confrontarsi con un’alternativa obbligazionaria più remunerativa. Infine il credito. In estate Goldman Sachs ipotizzava uno scenario “better for longer” per le banche europee, stimando utili del secondo trimestre in crescita dell’11%, grazie a una qualità degli attivi ancora solida. Ma tassi più alti a lungo significano maggior costo del debito per famiglie e imprese. L’EBA continua a prevedere NPL aggregati in calo nello scenario base, ma avverte che una stretta persistente colpirebbe PMI, credito al consumo e real estate commerciale. Il punto non è che i tassi alti siano negativi: è che, oltre una certa soglia, il beneficio sul margine d’interesse viene eroso da perdite sui bond, costo del rischio e concorrenza dei titoli di Stato. Ed è qui che il tasso rischia di trasformarsi in una tassa.