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Escalation USA-Iran: mercati in tensione

Vontobel Markets
9 mar 2026 | 4 Minuti di lettura
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Copertina weekly note con caffè

La scorsa settimana è stata dominata dall’escalation del conflitto tra Stati Uniti e Iran, con attacchi reciproci che hanno coinvolto basi militari USA e alleate nella regione del Golfo. L’incertezza geopolitica ha spinto le Borse in ribasso e ha favorito gli asset rifugio, tra cui oro, dollaro e franco svizzero. L’impatto si è fatto sentire soprattutto sul fronte energetico, con il petrolio e il gas che hanno registrato forti rialzi, mentre la chiusura dello Stretto di Hormuz ha acuìto i timori di interruzioni nell’approvvigionamento. Questo scenario ha aumentato i rischi di pressione inflazionistica, alimentando le preoccupazioni per le politiche monetarie di FED e BCE.

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Mercato in Cifre seconda settimana di marzo

La scorsa settimana è stata dominata dall’escalation del conflitto tra Stati Uniti e Iran, con attacchi reciproci che hanno coinvolto basi militari USA e alleate nella regione del Golfo. L’incertezza geopolitica ha spinto le Borse in ribasso e ha favorito gli asset rifugio, tra cui oro, dollaro e franco svizzero. L’impatto si è fatto sentire soprattutto sul fronte energetico, con il petrolio e il gas che hanno registrato forti rialzi, mentre la chiusura dello Stretto di Hormuz ha acuìto i timori di interruzioni nell’approvvigionamento. Questo scenario ha aumentato i rischi di pressione inflazionistica, alimentando le preoccupazioni per le politiche monetarie di FED e BCE. L’incertezza è anche sul fronte commerciale internazionale, dopo che alcuni procuratori statali USA hanno avviato azioni legali per bloccare i dazi imposti dall’amministrazione Trump. Lato dati macro invece, il focus degli investitori è stato rivolto al report sul mercato del lavoro USA, che ha sorpreso negativamente. A febbraio, le buste paga non agricole si sono attestate a -92.000 unità, rispetto alle attese per un aumento di 59.000 unità e alle +126.000 di gennaio. Il tasso di disoccupazione è salito dal 4,3% al 4,4%, mentre i salari sono aumentati dal 3,7% al 3,8% su base annua.

Appuntamenti Macro

Lunedì 09/03 La settimana inizia con i dati cinesi su prezzi alla produzione ed al consumo. In Europa sarà invece la volta degli indici su ordini alle fabbriche tedesche e produzione industriale. Nella prima parte attenzione anche al dato che misura fiducia degli investitori europei.
Martedì 10/03 Oggi in calendario troviamo le bilance commerciali di Cina e Germania mentre negli USA focus sul sentiment delle piccole imprese e sulle vendite di case esistenti. Da questa settimana, e per le prossime tre, i dati macro statunitensi saranno pubblicati con un’ora di anticipo a causa del passaggio all’ora legale.
Mercoledì 11/03 In agenda ci sono gli importanti dati sull’inflazione statunitense a febbraio.
Giovedì 12/03 La giornata macroeconomica prevede i numeri statunitensi su nuove richieste di sussidio di disoccupazione, bilancia commerciale e l’accoppiata nuovi cantieri - permessi di costruzione.
Venerdì 13/03 Prima dell’avvio degli scambi in Europa, focus sui dati britannici relativi la crescita dell’economia e la produzione industriale. Output dell’industria protagonista anche nel caso del nostro Paese e di Eurolandia. Tante le indicazioni in arrivo dagli USA: sono in calendario i dati su ordini di beni durevoli, redditi e spese, fiducia dei consumatori, offerte di lavoro e indice dei prezzi PCE.

Stessa febbre, due termometri

La febbre dell’inflazione americana non è ancora del tutto passata. E la prossima settimana arriveranno due nuove letture: mercoledì 11 marzo sarà la volta del CPI - l’indice dei prezzi al consumo - mentre venerdì 14 marzo toccherà al PCE, il deflatore delle spese per consumi personali. Due strumenti diversi per misurare la stessa patologia. A gennaio 2026, il CPI ha sorpreso in positivo, rallentando dal 2,7 al 2,4% su base annua - il livello più basso da maggio - contro un’attesa del 2,5%. Merito soprattutto degli effetti base e del calo dei prezzi energetici. Il dato “core”, che esclude alimentari ed energia, si è attestato al 2,5%, ai minimi da marzo 2021. Per il dato di febbraio, atteso mercoledì, il consensus punta a una sostanziale stabilità, con l’inflazione headline intorno al 2,5-2,6% annuo e la componente core in area 2,5%. Sul fronte PCE, il quadro è più preoccupante. A dicembre 2025, l’indice core è salito dal 2,8 al 2,9% annuo e per il dato di gennaio, atteso venerdì, il mercato si aspetta un parziale raffreddamento. Si tratta di due indici profondamente differenti: il CPI misura la variazione dei prezzi di un paniere fisso di beni e servizi acquistati dalle famiglie mentre il PCE ha un perimetro più ampio: include i beni e servizi acquistati dalle famiglie e aggiorna dinamicamente i pesi del paniere in base alle effettive abitudini di consumo. Questo permette al PCE di catturare meglio le sostituzioni che i consumatori operano quando i prezzi cambiano. È proprio per questa maggiore rappresentatività che la Federal Reserve ha adottato il PCE come bussola ufficiale della politica monetaria.

Petrolio, il fattore è il tempo

L’escalation bellica tra Stati Uniti e Iran ha scompaginato il sentiment degli operatori di mercato, proiettandoli verso uno scenario di risk off. La volatilità del mercato azionario è stata accompagnata da una contestuale crescita dei prezzi delle materie prime energetiche. I timori degli operatori sono legati a un possibile ritorno di quell’inflazione che sembrava debellata con le politiche monetarie delle Banche centrali portate avanti dal 2022 in poi. I banchieri centrali USA e i colleghi europei in questo momento provano a gettare acqua sul fuoco, evidenziando come la traduzione in inflazione dell’attuale crescita dei prezzi di petrolio e gas dipenda dalla durata stessa della guerra in Medio Oriente. Più questa fase si allungherà, maggiori saranno le ricadute e i rischi. Rischi che verrebbero amplificati anche dalle prospettive di prezzo del greggio fissate dalle diverse banche d’affari. Lo scenario più accomodante, quello di uno scontro di breve durata, sembra già essere stato oltrepassato dai prezzi raggiunti dal petrolio nell’ultima settimana. Per breve durata viene individuato un armistizio da raggiungere nel giro di 4-5 settimane e nei target price si tradurrebbe in un prezzo del petrolio nell’intervallo degli 80-84 dollari al barile. Uno scenario intermedio, con uno scontro che si protrae fino a 3 mesi in una guerra di logoramento, potrebbe invece portare il Brent verso i 100 dollari. Un contesto in cui il surplus di offerta previsto per il 2026 verrebbe annullato dalla necessità di attingere alle scorte strategiche. Il cigno nero per mercati ed economia sarebbe invece quello di un blocco prolungato dello Stretto di Hormuz, il cuore della crisi e collo di bottiglia vitale per l’economia mondiale. Nel caso di una chiusura totale e duratura dello Stretto, i target delle principali banche e broker prevedono picchi estremi tra i 120 e i 150 dollari. Valori che inevitabilmente si tradurrebbero in fiammate di inflazione e politiche monetarie restrittive non ipotizzate fino a pochi giorni fa.

Grafico Brent Crude Oil Future ad un anno

Brent ad un anno

Grafico Brent Crude Oil Future a 5 anni

Brent a 5 anni

Rischi

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